Le lunghe esposizioni

di mauriziopolese

Qui si parla di tecnica, e se v’annoia passate avanti.

Ormai son molti anni che ho iniziato a giocarci. Ai tempi in cui ero ancora un pivello, credo che sia stato uno dei motivi per spender la paga di un’estate e pigliarmi una macchina fotografica valida, proprio per poter fare lunghe esposizioni, perchè con le compattine digitali ero limitato.

Poco dopo avevo pure scritto un articoletto con ciò che avevo imparato, che qui sotto riprendo, sfalcio ed integro.

W. Eugene Smith diceva che “bisogna rendersi conto che la fotografia è la più grande bugiarda che ci sia, complice la convinzione che essa ci mostri la realtà così com’è“. Ecco, in realtà non ci mostra la realtà ma una sua proiezione, l’ombra della realtà.
Anzi, neppure quella, ma il suo riassunto. L’idea comune è il congelare l’attimo, bloccare per sempre un istante effimero, ma non è mai così, la fotografia può solo riassumere la proiezione della luce degli eventi condensandoli in un immagine che va oltre la nostra cognizione temporale della realtà. A volte condensa attimi che per i nostri sensi appaiono istantanei, ma anche 1/1000 di secondo è un tempo con un’inizio e una fine, oppure lunghissimi (secondi, minuti, ore, giorni, mesi).

Solitamente con lunghe esposizioni  s’intendono le foto scattate con tempi piu lunghi dei comuni istanti. Se quello che state fotografando non si muove non ci saranno grosse differenze con un’esposizione piu breve, se non di ordine tecnico, e vi servirà qualche solo accorgimento; se invece c’è qualcosa in movimento nella scena questo movimento verrà “riassunto” nella foto.
Banalmente, l’acqua mossa diventa una scia fluida, o una nebbia pesante, e con tempi un po piu lunghi si può ottenere qualcosa di simile anche con le nuvole. Delle auto rimane solo una scia, le persone in una piazza possono scomparire.

L’esposizione.
Fare una foto è come riempire un bicchiere d’acqua, dovreste averlo letto in qualche manuale. Immaginate che la foto sia un recipiente che ha bisogno di una certa quantità di acqua (luce); se usiamo un recipiente grande avremo una bassa sensibilità; per riempirlo fino al punto desiderato occorre aprire la valvola (diaframma) del rubinetto, piu il passaggio sarà largo piu acqua (luce) scorrerà; da questo e dalla pressione dell’acqua (intensità della luce) deriva il tempo necessario. Per allungare i tempi lunghi occorre far entrare poca luce. Le lunghe esposizioni di conseguenza sono associate alla notte, o perlomeno a quel periodo della giornata, quando la luce è debole e il cielo non è nero: é possibile farlo anche durante il giorno, occorre soltanto diminuire la quantità di luce che arriva al sensore/pellicola.
Come nel rubinetto, chiudendo il diaframma il tempo si allungherà; se l’area del foro diviene la metà, il tempo necessario per avere una stessa esposizione o riempire il recipiente deve raddoppiare. Gli obiettivi delle macchine fotografiche hanno una chiusura minima limitata, per evitare la diffrazione della luce che fa scadere la qualità della fotografia, quindi i tempi massimi ottenibili sono vincolati da questi e dalla situzione Le macchine stenopeiche usano diaframmi molti piccoli per cui le lunghe esposizioni sono la norma.
Non sempre però si possono avere lunghe esposizioni solamente cambiando questi valori, o non sempre i tempi sono adeguati all’effetto che desideriamo. In pieno giorno chiudendo il diaframma e abbassando la sensibilità è difficile/impossibile andare oltre il secondo.

Di notte la luce presente può essere fin troppo poca. Le stelle e la Luna possono aiutarci, come anche il chiarore riflesso dalle città, ma piu spesso possono essere sgradevoli come tipo di luce, per il colore, l’intensità o la sorgente puntiforme. Lunghe esposizioni si hanno dopo il tramonto prima del buio (o nel periodo equivalente dell’alba), ma la luce varierà rapidamente e non avrete molte possibilità di provare. Varierà anche durante l’esposizione, per cui se all’inizio avete misurato un tempo di 3 minuti potreste doverlo allungare a 5 per il buio che sopravvanza, e non poter piu fare un’altro tentativo.

I filtri.
Per ovviare a questo inconveniente si possono usare dei filtri, detti neutri, ND (neutral density), che funzionano al pari di occhiali da sole. Sono detti neutri perché non influenzano i colori (non dovrebbero almeno, ma alcuni non hanno lo stesso comportamento con tutte le lunghezze d’onda e danno dominanti indesiderate). Ce ne sono di diversa intensità.
All’inizio, non avendo altro, ho iniziato con un vetro nero per le maschere da saldatore. Mi è costato 1 euro, si trova in molte ferramenta, ed è molto scuro, (il mio toglieva addirittura 12 o 13 stop, abbassava la luminosità di piu di 4000 volte, fate prove con l’esposimetro della macchina). Rettangolare, in vetro, il prezzo è proporzionale alla qualità e alle difficoltà che occorre superare per usarlo: deve essere attaccato all’obiettivo senza far filtrare luce dai lati, ha una forte dominante (verde) che in digitale abbassa la qualità dell’immagine, la superficie è in parte riflettente e in certe occasioni provoca orribili riflessi delle parti interne dell’obiettivo. Per sorreggerlo ho provato prima con un supporto in fil di ferro, a forma di U rovesciata, con gli estremi risvoltati verso l’alto, poi con uno spesso foglio di gomma, con un foro della dimensione esterna dell’obiettivo, e con il vetro tenuto con del nastro adesivo.
Se volete qualche altro esempio con i vetri da saldatore date un occhiata qui.
In seguito ho acquistato dei filtri piu specifici. I filtri dedicati a questo sono gli ND, Neutral Density. Abbassano semplicemente la luminosità, sono omogenei e non colorati. Il fattore che assorbono si misura con piu scale. Si misurano in Stop (1,2,3,410 stop), che equivalgono a ND2, ND4, ND8, ND64, ND1000, il fattore per cui va moltiplicata l’esposizione, o all’esponente di 10 (0,3, 0,6, 0,9, 1.8, 3.0).
Io ho acquistato un ND cinese da 3 stop, uno da 6, e un B+W 110, da 10 stop; l’alternativa potrebbe essere l’Hoya ND400, da 9 stop. Il mio B+W ha diametro 77mm e va (o meglio andrebbe*) avvitato sull’obiettivo; i filtri rettangolari hanno bisogno di un portafiltri su cui inserirli; riguardo alla qualità: mi sento di non consigliare il B+W perchè non ha nulla di piu dei filtri cinesi, se non il prezzo. Le possibili lavorazioni (planarità della superficie, trattamenti antiriflessi) non le ho trovate così superiori agli altri piu modesti.

Esistono ND variabili: sono semplicemente dei polarizzatori sovrapposti, ruotandoli si sceglie il fattore di assorbimento.

*: io uso filtri di diametro 77mm, il piu grande comunemente necessario e li appoggio davanti agli obiettivi piu piccoli. Lo trovo piu veloce dell’usare riduttori e piu economico dell’avere un filtro per diametro. Esistono anche filtri quadrati, ma a volte c’è la necessità di attaccarli all’obiettivo per non far filtrare luce dai lati; in questo caso fisso i filtri con del nastro adesivo satinato, quello che si può attaccare e staccare anche dalla carta senza che la sporchi di colla (3M Scotch® Magic). Poco professionale, ma funziona.

Anche il polarizzatore può essere d’aiuto, di solito toglie da 1 a 2 stop, ed è generalmente neutro.
I filtri si possono sommare: due ND8 tolgono 6 stop.

Con le pellicole in bianco e nero si possono usare dei filtri colorati. Il loro effetto principale è quello di schiarire gli elementi nella fotografia del colore del filtro; in realtà non è esatto parlare di schiarita perché la luce non viene amplificata, viene piuttosto tagliata quella di altre frequenze complementari. Questa perdita comporta un abbassamento generale della luce che arriva alla pellicola. Su ogni filtro è indicata la perdita, occorre quindi allungare i tempi di un fattore di solito tra i due e i tre stop. Ad esempio un filtro rosso scurirà parecchio il cielo blu e il verde dell’erba, e dovremmo compensare l’esposizione di tre stop, raddoppiando 3 volte i tempi.
Ma attenzione! Non usate i filtri colorati con le macchine digitali. I sensori sono costituiti da una matrice di fotodiodi verdi, blu e rossi, che ricevono le varie frequenze dello spettro luminoso; un convertitore traduce il segnale di ogni fotodiodo in valori digitali, scrivendoli in un file raw. L’immagine
finale verrà creata incrociando tra loro i dati dei fotodiodi per creare i valori dei canali RGB di ogni pixel. Ogni fotodiodo legge solo uno dei tre valori dei canali RGB di un pixel. Se si usa un filtro colorato si taglierà via l’informazione dei canali di colore diverso, quindi gran parte dei fotodiodi rimarranno spenti, con un effetto deleterio sulla qualità dell’immagine.

Come scattare.
Il tutto, ovviamente non è immediato. Il cavalletto è imprescindibile; il cavalletto rende tutto piu lento già di suo. Visto che dovrete aspettare un po (il tempo della lunga esposizione) dovrete anche evitare di scattare a caso. In ogni caso disattivate l’autofocus, non vi serve. Misurate l’esposizione, e se volete, fate uno scatto senza filtro per controllare. (parlo delle digitali). Se usate un filtro ND leggero potete lavorare con questo montato. Se ne usate uno molto scuro è impossibile vederci attraverso, occorre toglierlo e rimetterlo ogni volta. Alcuni esposimetri non funzionano bene con un filtro così scuro, oppure sono ingannati dalla luce che entra dal mirino. Misurate l’esposizione senza filtro, sommate mentalmente gli stop indicati sul filtro al tempo, e impostate in macchina questo valore. In M, manuale, chiaramente.
Ad esempio: se senza filtro nero da 10 stop occorre un tempo di 1/15 di secondo, tenendo le altre impostazioni costanti, raddoppiate il tempo 10 volte (+10 stop): 1/8 – 1⁄4 – 1⁄2 – 1 secondo – 2 secondi – 4 secondi – 8secondi – 16 secondi – 32 secondi, fino 64 secondi (ovvero 1 minuto, arrotondate pure, non dovete credere che quei 4 secondi facciano qualche differenza). Se non avete un tempo così lungo tra le opzioni impostate B (bulb), ma lo saprete sicuramente visto che avete letto il manuale della macchina, vero? Nelle macchine meccaniche è necessario tenere premuto il pulsante per tutto il tempo dell’esposizione, a meno che non abbiano la posa T, per cui si preme una volta per aprire l’otturatore ed un’altra per chiuderlo. Non prestate troppa attenzione a premere il pulsante senza usare un cavetto, anche se muovete la macchina il tempo della vibrazione è così breve che sarà ininfluente sul totale.

Problemi delle lunghe esposizioni.
Con le fotocamere digitali il problema piu rilevante è il rumore. Per limitarlo usate gli ISO piu bassi che la fotocamera permette, solitamente 100; io considero questo valore fisso, non salgo mai oltre. Di notte potrebbero servire sensibilità piu alte, ma oltre il rumore crescerà esponenzialmente. Il rumore ha diverse cause: un fotodiodo colpito dalla stessa luce in momenti diversi può misurare valori leggermente diversi; anche in assenza di luce può generarsi un rumore di fondo, spontaneo; piu sarà lungo il tempo in cui il sensore è attivo e maggiore sarà il rumore di fondo che si genera. Se il segnale elettrico deve essere amplificato (come succede alzando la sensibilità a 200, 400, 800 ISO) inevitabilmente anche il rumore verrà amplificato.
Ricordate però che la fotografia ha bisogno di luce, se occorre alzare troppo la sensibilità forse non ce n’è abbastanza, e, forse, è il caso di rinunciare alla foto.
Alcune fotocamere permettono di usare 50 ISO: può essere utile per allungare ulteriormente i tempi, ma tenete presente che è una forzatura della sensibilità nominale del sensore, che va a discapito delle alte luci, che si bruceranno piu facilmente. Io non uso nessun tipo di riduzione del disturbo, né in macchina né con programmi specifici, come Neat Image o Noise Ninja, che rendano le immagini troppo lisce, plastiche. La sottrazione del dark frame per me sarebbe il sistema migliore, se solo non raddoppiasse i tempi, già sufficentemente lunghi da esser normalmente noiosi. È conveniente scattare in raw ed esporre a destra, ovvero non sottoesporre.
Qui trovate un tutorial, in inglese. Se la luminosità nella foto ha differenze troppo marcate io ricorro a due esposizioni diverse, una per il terreno, l’altra per il cielo.
Purtroppo usando il sensore si genera calore, e il rumore aumenta. Per questo le macchine digitali non vanno d’accordo con le esposizioni troppo lunghe. Qualcuno si diverte col tuning delle fotocamere aggiungendoci il raffreddamento a liquido, come questo fotografo qui. Bravetto pure.

Il difetto di reciprocità.
Con la pellicola abbiamo il difetto di reciprocità. La reciprocità lega linearmente tempi e diaframmi, per avere la stessa esposizione. Solitamente possiamo saltare da una coppia all’altra:

1/15 a f/2,8
1/8 a f/4
1/4 a f/5,6
1/2 a f/8
1sec a f/11
2sec a f/16
4sec a f/22
8sec a f/32
16sec a f/64

O almeno, è quello che ci aspettiamo; in realtà in pellicola le foto scattate a 4, 8 e 16 secondi saranno sottoesposte: questa linearità viene meno (difetto) con tempi molto brevi, nell’ordine di 1/10000 di secondo, o molto lunghi, solitamente oltre il secondo. Nel nostro caso dovremmo allungare il tempo per compensare il difetto, di quanto lo trovate indicato nelle specifiche di ogni pellicola.

Se non lo trovate indicato provate qui aggiungendo la vostra pellicola. Oppure qui in generale.
Alcune pellicole ne soffrono piu di altre, e possono aver bisogno di tempi troppo lunghi per essere utilizzabili.  Le Ilford Fp4+ (bianco e nero, 125 ISO) hanno bisogno di allungare i tempi come nella tabella qui a fianco. Come vedete, se prima avreste avuto bisogno di 30 secondi, compensando il difetto di reciprocità dovrete tener aperto l’otturatore per 175, ovvero 3 minuti. Oltrei tempi non sono nemmeno indicati, si può andare a stima, ma i valori si fanno ben presto troppo alti per essere precisi. Consiglio di fare un’esposizione che si crede giusta, una della metà, e una del doppio, per non avere brutte sorprese.

 Alcune pellicole invece non sono molto deficienti (nel senso che il difetto è minore). Ad esempio le kodak EPY (diapositive 64 ISO, ormai non piu prodotte, con bilanciamento per il tungsteno) sono ideate per essere usate con luci artificiali, in studio, o al chiuso, anche con macchine fotografiche come banchi ottici, nei quali è normale chiudere il diaframma a valori di f/32 o f/48; i tempi di conseguenza saranno comunemente molto lunghi. Ma fino ad un paio di minuti queste non hanno bisogno di correggere i tempi, oltre viene indicato di sommare 1/3 di stop e usare un filtro CC05R per compensare la variazione di colore.

Un altro problema: il contrasto aumenta. Al venir meno della reciprocità dei tempi viene meno anche la reciprocità che regola il contrasto del negativo. Guardate il grafico: non avete piu una retta, ma una curva. Non essendoci una linearità, la correzione del tempo applicata alle ombre può essere eccessiva per le luci, che verrebbero così sovraesposte. Da questo deriva la necessità di ridurre lo sviluppo per riportarle a valori accettabili. Se volete approfondire il motivo ci vengono in aiuto il buon vecchio Anselmo e Nadir. Brevemente, il consiglio del nonno è di ridurre un po lo sviluppo, del 10%.

Un aneddoto: Michael Kenna, e non uno qualunque, qui racconta quel che fa lui. Che a volte piazza per due ore la macchina e cena o che legge un libro. E che tanti fan tanti conti per le esposizioni e lo sviluppo piu adeguato, che i fotografi notturni seri possono usare una dozzina di metodi di sviluppo per diminuire il contrasto atteso, ma lui ormai “cucina tutto per 11 1/2 minutes, D76, 1:1, 20°C”.

Un link: c’è una rivista, chiamata ND magazine. Non è dedicata solo alle lunghe esposizioni, ma ce ne sono a volontà.

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