Il blog di Maurizio Polese

Categoria: Fotografia

Roland Barthes e le consuetudini dei giovini.

“Quattro immaginari vi s’incontrano, vi si affrontano, vi s’incontrano. Davanti all’obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte. In altre parole, azione bizzarra: io non smetto di imitarmi, ed è per questo che ogniqualvolta mi lascio fotografare, io sono immancabilmente sfiorato da una sensazione d’inautenticità, talora d’impostura.”

(dal libro Camera chiara)

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Fai da te del giorno: pinhole decentrabile.

 

 

Honda cx500

Bye bye. Sei stata brava.

Le nostre foto digitali moriranno con noi, probabilmente.

I miei nonni, anni 40, nei dintorni di Tangeri.

I miei nonni, anni 40, nei dintorni di Tangeri.

Amici! Oggi ho preso in mano il cd che contiene le mie prime foto digitali scattate, masterizzato a febbraio 2004: il mio computer non riesce piu a leggerlo. Perse, completamente.
No, dai, per fortuna qualche anno fa le avevo scaricate su un’hard disk.
Ma oltre ai supporti che si rovinano, e il problema è noto, il rischio può essere un’altro. I supporti che non abbiamo voglia di leggere, perchè non sappiamo cosa contengono. Ad esempio: io ho un cassetto pieno di VHS e floppy disk. Non ho piu nè un videoregistratore nè un lettore di dischetti (ed è tecnologia vecchia meno di 10 anni).
Ok, posso comprarli, certo. Ma… se non c’è scritto nulla sopra vale la pena di farlo per vedere… cosa?
Io non credo lo farei. Voi lo fareste? E se lì ci fossero le foto dei nostri nonni e non lo sapessimo?
E anche se lo sapessimo, fino a quando occorre portare avanti la preservazione digitale? Tutta la vita, almeno. Ma fino a quando lo faranno altri? I miei nipoti avranno la password del mio backup online? I miei nipoti sapranno che in quel dvd o quel che sarà ci sono tutte le foto della mia vita? I miei nipoti avranno foto mie? Fino a quando qualcuno porterà avanti le mie foto?

Fortuna che i nonni miei le hanno messe in un baule, le foto loro.

Cos’hanno da dire i fotografi.

Quest’articolo è semiserio. Se t’offende ridi, che ti passa.

Avrete di certo visto che i fotografi sotto le loro fotografie aggiungono dei testi. Ma non sempre, alcune volte invece non aggiungono nulla. Lo notavo sul sito di un fotografo, categoria reportage: una serie di foto belle sconnesse tra loro scattate in varie parti del mondo ma senza neanche una parola per spiegare cosa, dove o perchè.
Belle, sì. Ma quindi? Ormai tutti con un po di impegno imparan a far foto belle, ma basta poco per farla saltare da bellina a wow!.
Io trovo che i siti dei fotografi siano per lo più noiosi, o autocelebrativi, o criptici, che dopo un po di mistero ti stufi. Son pochi i fotografi interessanti.
C’è chi non dice niente, c’è chi al contrario parla pure troppo. Ho iniziato a farci caso e sono arrivato a dividere quel che dicono in grandi categorie, che riflettono il carattere dei fotografi.

C’è chi non scrive niente: c’è chi non ha niente da dire, c’è chi non sa cosa dire, e chi lascia parlare le immagini perchè son le immagini che devono parlare. Criptici quanto l’arte moderna, va ben un poco, ma poi basta eh.

La tecnica: alcuni scrivono i dati tecnici e l’attrezzatura usata sotto le foto, quelli che in digitale sono i dati exif, e si dividono in almeno altre tre categorie: gli smemorati, che lo scrivono per ricordarsi cosa hanno usato, e solitamente sono anche molto pignoli; gli altruisti, che scrivono l’attrezzatura per far sapere agli altri cosa hanno usato per produrre quella foto, e apprezzano quando anche altri lo fanno, spesso sono afflitti da GAS (e a loro volta sono anche generatori di scimmie); e gli orgogliosi che vogliono bullarsi delle loro attrezzature costosissime, o al contrario delle loro attrezzature proletarie che vogliono esibire a chi invece ha speso capitali ma non fa foto altrettanto interessanti. Noiosi, quanto gli esercizi di matematica.

La poesia: i talenti multimediali, mischiano fotografia e parole. I piu multimediali o forse meno capaci linkano video o canzoni di altri per accompagnare le foto. Teneroni.

Le note sull’Arte: c’è chi fa di ogni foto un’opera d’arte e come tale la presenta. I piu riservati aggiungono solo un titolo, e qui le varietà sono innumerevoli: sempre in voga i titoli poetici con figure retoriche a gogò, ossimori in testa, ma spezzoni di frasi criptiche o psichedeliche sono in continua ascesa. Gli artisti veri, o gli aspiranti artisti veri, quelli bramosi di vendere la loro Arte al Mercato, aggiungono note utili a valutare il valore dell’opera: tiratura, dimensioni, materiali, anno, eccetera.
O forse lo fanno perchè hanno visto che così si fa.

Il copyright: i diffidenti aggiungono le note del Copyright esclusivo, che non sia mai che qualcuno possa usar le foto o farle vedere ad altri. Le mettono in rete e cercano visibilità, ma non vogliono che nessuno le veda  se non nel loro sito.
Curioso.
Son gli stessi che sperano anche che un giorno in tanti le usino e gliele paghino, pure.
I piu aperti alla condivisione invece usano le Creative Commons.

Testi: ce n’è per tutti i gusti. Chi usa le immagini per rafforzare o contestualizzare un testo, chi usa il testo a contorno dell’immagine. C’è chi racconta come è stata creata la fotografia con spirito di condivisione e c’è chi racconta visioni avute e peripezie superate per giungere a quell’opera cercando di auto-generare un personaggio mitologico, una guida, un Maestro. Spesso purtroppo ci riescono pure.

E in che lingua lo fanno? Gli italiani, in tanti scrivono in italiano. Alcuni perchè parlano solo l’italiano, per altri è una scelta no-global.
Ma tanti usano lingue straniere. C’è chi scrive in francese, che fa figo e romantico. Qualcuno scrive in tetesco che è il modo migliore per non farsi capire. Qualcuno mette simboli giapponesi, son gli stessi che se li tatuano sul collo, a cui possono dare qualunque significato vogliono che tanto chi li capisce. La stragrande maggioranza di photographers scrive in inglese, che fa molto international, e va bene, però l’inglese devi saperlo bene che se no fai figure un po ridicole, e ce n’avrei di perle, solo che è brutto ridere delle disgrazie altrui.
Però metti che vedono le tue foto e ti chiamano per un servizio dall’Australia… Eh!

I fori stenopeici.

Da qualche tempo sto andando verso le origini della fotografia, sto eliminando tutto il superfluo. E cosa c’è di piu elementare di una fotocamera stenopeica? Se non la conoscete qui trovate una spiegazione. Su google trovate anche un sacco di macchine, fatte in casa o bell’e pronte. Con un po di manualità potete farla anche voi, non è molto difficile. Per fare foto stenopeiche (senza obiettivo) vi serve un foro stenopeico. Per fare il foro stenopeico si possono usare diversi metodi; uno, forse il migliore tra quelli casalinghi, è descritto qui: in sostanza si tratta di premere uno spillo su di un lamierino d’ottone e carteggiare (smerigliare con carta vetrata finissmima, grana 800 o giu di lì) con tanta tanta pazienza e le dovute accortezze. Si possono anche usare punte elicoidali da trapano, ne esistono di diametri a partire da 0,1 mm, ma vi sfido a usare punte spesse come un capello senza attrezzatura adeguata… Si possono fare fori col laser, ma come si vede qui e qui non sempre i risultati sono dei migliori, perchè il laser è sì preciso, ma il metallo fuso no: è simile a lava che schizza e ribolle ed esplode e si solidifica in forme non troppo prevedibili. Se notate le immagini dei fori stenopeici fatti al laser sono simili ai crateri lunari con una evidente raggiera. Un’altra tecnica è l’elettroerosione (chemical milling, etching), piu precisa del laser è però sempre un’asportazione di metallo. Il metodo piu preciso mi pare però essere l’elettroformatura, un processo galvano-plastico usato anche in elettronica per creare piste di collegamento di circuiti anche di dimensioni infinitesime. È quindi un processo per creare, e non asportare materiale come negli altri. Viene usato per costruire i fori stenopeici dei microscopi elettronici.

Questa è una scansione della piastrina con foro 200 micron.

Per motivi che leggerete dopo, per poter usare fori ben fatti e di diametro preciso ho acquistato dei dischetti elettroformati per microscopi elettronici, insieme a degli amici. Purtroppo sono impalpabili, e vanno quindi montati su un supporto per poterli maneggiare. Il mio risultato è questo:

La piastrina dal lato esterno, che deve esser gradevole.

La piastrina dal lato interno, che deve esser scuro.

Il sandwich sarà fatto di 3 strati e 4 pezzi: una lastrina di ottone, un pezzo di carta con all’interno il dischetto col foro stenopeico, e un pezzo di cartoncino nero e ruvido.

Zorki pinhole

La mia Zorki con il foro stenopeico montato su un supporto in legno e alluminio.

Nella macchina fotografica il foro stenopeico dovrà avere un diametro ben definito, e i motivi di questo sono due: diametri piu grandi o piu piccoli possono dare risultati peggiori, per via di una risoluzione scarsa per un foro troppo largo o per l’effetto della diffrazione, per un foro troppo piccolo. Dalla formula di Rayleigh si ricava il diametro ottimale per la focale usata; questo però è un compromesso tra definizione e contrasto; variando la costante varia il diametro ideale e il risultato. Così ho fatto un test. “Che noia i test degli obiettivi… anche qui??!” penserete. Beh, ero curioso, almeno così so esattamente perchè costruisco qualcosa in un certo modo, e posso levare tanti pensieri a qualcun’altro. Ecco esempi di fori con dimensioni diverse, fatte con una Canon 5D, focale circa 48mm:

0,4 mm

0,3 mm

0,2 mm

0,15 mm

Dalla formula e dal pinhole calculator il diametro ottimale sarebbe stato di 0,23-0,30 mm. In effetti le foto migliori sono quella col foro da 0,3 e quella col foro da 0,2 mm. Con 0,3 si ha piu contrasto, con 0,2 un po piu di definizione. Il diametro ideale non è univoco, ma varia a seconda della costante scelta, rappresenta il miglior compromesso tra le variabili in gioco. Qui le focali piu comuni e dei diametri utilizzabili. Per calcoli piu precisi potete leggere questo PDF.
Il secondo motivo riguarda la quantità di luce che ci passa: se non sappiamo quanto è largo non possiamo calcolare l’esposizione correttamente. Si potrebbe andare per tentativi; si può provare a infilare uno spillo finchè si ferma per poi misurare il diametro di questo a quell’altezza con un calibro, ma è un sistema poco preciso; si può scansionare insieme ad un riferimento, oppure si può usare un ingranditore. Poco male non conoscere il diametro in digitale, ma in pellicola conviene esserne sicuri (ricordo il difetto di reciprocità, che complica le cose).

Se vi servono ho dei fori che mi avanzano di diametro 150, 200, 300 e 400 micron. Se ne volete mandatemi una mail o date un occhiata a ebay.