Il blog di Maurizio Polese

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Bye bye.

Honda CX500, fatta da me. Ci trovate nel video in homepage.
È stata brava, ma l’ho venduta.

CX500Comp

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Perchè ci piace la pellicola.

Signori! Ormai è certa e consolidata la mia idiosincrasia all’estetica digitale, dovuta alla sua sovraesposizione in anni di uso di macchine potentissime e all’impiego come photoshoppatore hardcore. Ma perchè?, mi son chiesto. Non sono un nostalgico, e solo un cretino può rinunciare agl’indubbi pregi e vantaggi del digitale!
Ebbene, c’ho riflettuto. Molto. La questione è complessa e non univoca, non voglio rispondere alla vexata quaestio di quale sia il migliore, ma sono arrivato ad elencare questi punti sul perchè, a me, mi piace e, forse, pure a voi.

Il digitale esteticamente è noioso. Da una foto digitale ci aspettiamo che sia fedele a quello che vediamo coi nostri occhi. E da quando sono nate han dovuto confrontarsi e cercare di raggiungere l’apparenza delle immagini virtuali, virtualmente pure, esenti da ogni ogni traccia lasciata dal medium e verosimili alla realtà. Oggi ci son parecchie macchine che si avvicinano alle immagini ideali, diciamo le piu costose nelle giuste condizioni, macchine che possono darci immagini con difetti o timbri (con paragone alla musica) che non riusciamo a distinguere con facilità, perchè minimizzati. Dico timbri perchè il caso è simile alla musica synth-etica che ha bisogno di essere sporcata e resa organica per esser gradevole. Insomma, il digitale è l’ideale quando si vogliono fotografie veloci, realistiche e pulite, ma l’essenza è sterile e noiosa.

I difetti della pellicola sono tollerati, anzi! ci piacciono. Il digitale tende ad essere il piu verosimile alla realtà possibile, e cerca di rappresentarla al meglio. Il digitale è eccellente per rappresentare la realtà ma i suoi difetti (rumore, aberrazioni, banding, gamma tonale e simili) e le elaborazioni saltano all’occhio e stonano e ci infastidiscono perchè le immagini non sono della qualità ideale che l’occhio si aspetta. La pellicola porta con sè difetti intrinsechi e sopportabili, che anzi le danno carattere. Molti infatti la scelgono per le sue qualità pittorialistiche. Pensate alla struttura della pellicola come alla tela di un quadro: chi si sognerebbe di dire che la Gioconda non è disegnata in modo abbastanza iperrealista? Che le  crepe andrebbero ritoccate e la trama della tela è evidente e le pennellate rendono la superficie irregolare? Visione e rappresentazione, il digitale rincorre la prima, la pellicola oggi è una scelta per la seconda.

Il digitale non esiste. La fotografia digitale scattata è immateriale, potenziale ma non concreta, volatile e volubile, invisibile e inesistente senza la volontà di visualizzarla: una fotografia digitale è invisibile finchè qualcuno non decide di visualizzarla, di aprire quel file, di materializzarlo in una stampa. Una fotografia in pellicola esite anche quando non la vediamo. Un esempio piu concreto è qui.

La via della pellicola è lenta e faticosa. Scattare in analogico obbliga necessariamente a pensare e quindi a pre-visualizzare (anche inconsciamente) l’immagine scattata; il digitale permette invece di schiacciare il pulsante in modo inconscio, per provare, e ci fa rimandare ogni pensiero, giudizio e decisione. Il modus operandi del digitale con il problem solvin’ dato dal feedback istantaneo del monitor è rassicurante, lineare e noioso. Molto piu faticoso ed emozionante affidarsi all’empiria, alla previsualizzazione, all’esperienza e un po pure alla fortuna.

Ed ora una foto se no vi annoiate a leggere:

Fra

E per il resto non posso trovare parole migliori di quelle di Jan Scholz, che capita a fagiuolo e che trovate qui:

“Sono passato all’analogico dopo aver avuto una buona conoscenza di fotocamere digitali e photoshop. Le ragioni sono molteplici, e includono: Mi piace l’aspetto della pellicola direttamente fuori dallo scanner (o fuori dalla camera oscura, quando si ha l’occasione). Pulisco un po di polvere e macchie, faccio una piccola modifica ai livelli, un po’ di viraggio e ho finito.

Ho sempre amato la fotografia in bianco e nero, ma sarà difficile trovare immagini in bianco e nero dal mio periodo digitale, perchè non sono mai stato felice con la conversione e i toni che ottenevo, anche prescindendo degli strumenti utilizzati. La mia prima semplice scansione di un negativo in bianco e nero è stata già una rivelazione. La pellicola è come una bella tela con l’immagine dipinta sopra. Per me, le immagini digitali in confronto sembrano troppo pulite e sterili, troppo perfette. Non sto dicendo che l’aspetto del digitale è buono o cattivo, semplicemente non funziona per me.

Un altro motivo sono le belle fotocamere a pellicola che possiedo. Sono una gioia da usare, la loro semplicità, la sensazione di antico, il grande, luminoso mirino per guardarci attraverso, il suono dell’otturatore, la percezione dei meccanismi quando si avvolge la pellicola. Tutti questi fattori non sono misurabili in megapixel, gamma dinamica o fotogrammi al secondo, ma mi ispirano e contribuiscono alla gioia che ho quando fotografo. Forse mi sto allargando un po’, ma penso che abbiano anche un impatto positivo sulla maggior parte delle persone che fotografo. In particolare utilizzando una fotocamera di grande formato che tende ad affascinare la gente, si sentono come essere parte di qualcosa di speciale.

Le limitazioni di ogni macchina, ogni formato, mi obbligano ad avvicinarsi alla fotografia in modo diverso. Posso riprendere diverse immagini con una reflex 35 millimetri agile e veloce piuttosto che con una fotocamera lenta e massiccia di grande formato. Uscire con una macchina fotografica su cavalletto sapendo che ho solo 10 o forse 20 immagini, mi farà fotografare in modo completamente diverso che con una scheda da 8 GB nella reflex digitale. Questo ha ribaltato il modo in cui fotografo. Guardo molto più attentamente, ri-considerare ogni composizione e posa più e più volte prima di scattare (o non scattare). Questo mi fa pensare molto e credo che di aver imparato gran parte di quel che so sulla fotografia e composizione dopo il passaggio alla pellicola.”

(Le foto sopra son mie, la prima fatta con una stenopeica 4×5″, quella soto con una Shen Hao 4×5″.)

 Post scriptum: e non ho parlato del chiudersi in camera oscura con la luce rossa e la puzza di reagenti per stampare perchè io non lo faccio. O del prendersi il tempo di sviluppare da sè le pellicole che diventa un rito come per i giapponesi c’è il rito del te, o del piacere dello scartare un rullo, dell’odore acre e della carta solida e ruvida che è un piacere da maneggiare. E di tante altre belle cose che son piccole cose ma che ci dan tanto piacere.

Ho inventato la fessura stenopeica. Anzi, no.

Ho scoperto la fessura stenopeica, che, ho scoperto poi, gli oculisti conoscono già e usano durante le visite nei test per l’astigmatismo.  Accidenti, ci credevo pure.
Comunque, l’ho scoperta chiedendomi cosa sarebbe uscito cambiando la forma del foro, che tutti dicono debba essere il piu circolare possibile.

Esce questo:

pinhole4x5-2013-12-as-Smart-Object-1

Autoritratto.

La foresta, con pure un po di solarizzazione.

La foresta, con pure un po di solarizzazione.

Convergenza di idee.

La mia cadrega da relax in legno di pino.

Io ho lavorato per quanto? saran 4 anni? 5? coi mobili. Arredamento. Fotografavamo mobili ogni giorno. Le aziende ce li portavano e noi li fotografavamo. Ma sono pochi i mobili che mi hanno colpito, positivamente. Tanti mi passavan davanti senza suscitarmi nulla. I piu ormai eran fatti di pannelli di truciolare, fatti con abbondante colla che teneva insieme la segatura, ricoperta di plastica e spesso questa plastica ricordava il legno. Molti avevano gadget inutili e accessori ancor piu inutili, come luci a led in ogni anfratto, o complicati e costosissimi meccanismi di apertura delle antine o cappe aspiranti dalle forme futuristiche sulle quali però ci si sbatte la fronte. Ho visto persino antine elettriche, che si aprivano senza fatica e stupivano gli ospiti, o letti rotondi motorizzati rotanti.

Tanti erano mobili di design fondamentalmente inutili. Il loro design era superficialmente decorativo.

Io ho quell’età dove la gente inizia a sistemarsi, e pensare alla casa. Non è un mio problema, perché una casa mia è molto in là a venire. Però gli amici miei lo fanno, e ne parlano con me, e mi mostrano le idee e le loro case nuove. Io però vorrei spiegargli che quello che comprano tra negozi e cataloghi non gli è tutto necessario, e di sti tempi che paiono così difficili certi sacrifici potrebbero risparmiarseli e vivere così un po meglio, ma è molto difficile farglielo capire. Hanno l’idea comune del bello troppo radicata come necessità.

Vedendo gli amici miei ho capito che forse il mio lavoro non faceva del bene alle persone, perché quel che facevo serviva più che altro a creare desideri di cose di cui la gente non ne ha bisogno, serviva a inculcare bisogni di cose inutili, a vendere oggetti belli ma superflui che non facevano altro che alimentare il consumismo, a rendere schiave le persone del “così si fa perché fan tutti così.”

Anche per questo ho smesso di fare quel lavoro, o almeno lo faccio molto meno.

In positivo però ricordo forse solo un tavolo. Era di legno legno, legno abbastanza vero, lamellare. Quello m’ha colpito perchè era solido e un po ruvido e di forma semplice, piacevole. E poi una cadrega, ma questa non ce l’avevano portata ma ce l’eravamo costruita con legno vecchio, ruvido, di recupero, e la usavamo come complemento nelle foto. Sapete, montano i mobili e poi ci si aggiunge qualcosa intorno per ambientarli. Da lì ho iniziato a pensare come poter fare i mobili da me. E così ho provato. Prima con un tavolo quadrato per un’amica che lavorava con me, la Francesca; questo l’ho fatto perché ne aveva bisogno, e io pensavo di saperlo fare. Funziona bene e lei ne è tutt’ora molto felice. Ma lei, l’amica mia, è stata formata dal lavoro, e la pensa come me.
Poi c’ho preso gusto e ho costruito due poltroncine, un tavolo rotondo, due scaffali, una panca, e ho buttato giu lo schizzo e comprato il larice per costruire delle sedie piu snelle, per un tavolo da pranzo. Probabilmente all’Ikea spenderei lo stesso, o forse anche meno, non lo so perché non ci sono mai stato, ma il senso di far queste cose è un’altro.

Mentre le facevo vedevo che stavo trovando un’alternativa a “quel così si fa perché fan tutti così”. Ho trovato il modo di arredare una mia futura ipotetica casa in un modo che veste il mio animo. E vorrei così anche insegnare agl’amici miei che un mobile che viene prodotto e venduto è solo una proposta, e non dev’essere l’unica scelta possibile.

Poi, solo dopo, cercando esempi di sedie su google ho scoperto Enzo Mari.

Accidenti!

Ho ordinato il suo libro Autoprogettazione? su Amazon. E mentre scrivo questo articoletto lo sto leggendo, e mi sorprendo. Per esempio gli appunti suoi sono introdotti così:

“Materiali della discussione mia e di altri attorno alla possibilità di uscire dal condizionamento sociale esistente nel proprio rapporto con l’ambiente.”

Ecco, quel che dicevo io! Piu o meno. Io dicevo che stavo trovando un’alternativa a quel “così si fa perché fan tutti così”.

Potrei anche smettere di leggere questo libro, che avrei potuto scriverlo io. Solo che lui l’ha fatto molto meglio.

Quando qualche ospite verrà nella mia casa autoprogettata e crederà che io sia un cretino, gli farò vedere quel libro. Così forse non smetterò di esser cretino, ma non sarà l’unico.

Nella ricerca dove ho scoperto Enzo Mari ho però ho scoperto un’altra cosa. Negli ultimi anni lavorando a computer sono rimasto seduto su una sedia ogni giorno per ore e ore e ore. Era una sedia fatta di plastica bianca e tubi di ferro. Ho scoperto ora che quella sedia è stata disegnata da lui.
Sorrido se penso che sia per questo che le mie idee convergono verso le sue, che me le ha infuse negli anni sedendomici sopra.

Sarà che io penso con il culo.